Una volta, a cinquant’anni, cominciavi a pensare alla pensione: magari avevi cominciato a lavorare dopo le medie, in alcuni casi di nonni ancora in vita anche appena dopo le elementari… Quindi a 50 anni avevi messo insieme un bel po’ di sveglie all’alba e anni di contributi e cominciavi a sognare di mordere un po’ il freno e fare finalmente l’umarell ai cantieri.
Oggi, nella migliore delle ipotesi, a cinquant’anni cominci a pensare alla seconda parte della carriera… se non sei ancora fo**utamente precario. Non basta più quello che avevi deciso di (o ti sei ritrovato a) fare “da grande: adesso devi pensare a quello che vuoi fare da “diversamente giovane”. Del resto, in Italia l’aspettativa di vita è sempre più alta, così come la denatalità, quindi il sistema previdenziale dei nostri genitori o nonni prima o poi salterà. La buona notizia, almeno secondo Luca Furfaro, consulente del lavoro e specialista di welfare, è che gli over 50 non sono lavoratori da rottamare, ma un patrimonio di esperienza e competenze di cui le aziende avranno sempre più bisogno.
Poiché chi scrive ha 52 anni confida che questa tesi, contenuta in Valore Over 50 – Diritti, scelte e opportunità nella seconda vita lavorativa, sia confermata… Noi abbiamo intervistato Furfaro per capire se quello di cui parla – formazione, reinserimento professionale e pensioni – sono solo superca**ole o c’è effettivamente sostanza dietro queste prospettive, prima fra tutte il «tandem generazionale», in cui giovani e senior imparano gli uni dagli altri. Tutto molto bello… ma tra la teoria e un colloquio di lavoro dopo i cinquant’anni, lo sappiamo bene, spesso c’è di mezzo un mare di seeeeee…
Furfaro, innanzitutto quanti anni hai? Se ti preoccupi dei cinquantenni magari sei vicino al fatidico compleanno…
«Io ho 44 anni. […] È un tema, secondo me, centrale per tutto il mercato del lavoro. Io mi preoccupo del mercato del lavoro».
Che cosa ti preoccupa di più?
«La scarsa natalità, la difficoltà a trovare personale e l’aumento della speranza di vita. […] Il tema della longevità lavorativa significa proprio questo, dover lavorare di più». E gli over 50, spiega, «stanno diventando la popolazione lavorativa maggioritaria».
Non tutti i lavoratori hanno una carriera: molti semplicemente hanno un lavoro, magari usurante. Mica possono andare avanti fino a 80 anni!
«Le vie possono essere due: una via di uscita dal mondo del lavoro perché ho raggiunto determinati requisiti e ho un lavoro definito usurante, oppure una ricollocazione, che potrebbe essere interna con diritto alla formazione o esterna. In questo caso bisogna valutare quali ammortizzatori possono esserci per questo lavoratore per traghettarlo quantomeno il più vicino possibile alla fine della sua vita lavorativa».
E che cosa succede invece per i liberi professionisti?
«Il libero professionista ha meno tutele e dovrà ricollocarsi, riformarsi, trovare nuove competenze all’interno di un nuovo mercato del lavoro».
Tu dici che l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità per gli over 50. Per non fare della fuffologia, mi fai un esempio concreto?
«Prima c’era bisogno di un tecnico che ottimizzasse il mio lavoro d’ufficio creando dei programmi specifici. Oggi l’intelligenza artificiale riesce a creare il programma per farlo ma serve l’esperienza maturata vivendo in ufficio per sapere che cosa chiedere alla macchina e riconoscere eventuali errori. Senza esperienza, invece, mi bevo tutto quello che propone l’AI.
In effetti, per quello che vedo tutti i giorni, c’è sempre qualcuno che quell’esperienza la apprezza. Solo che nessuno la vuole pagare.
«Sicuramente c’è anche un tema di ageismo, di discriminazione per l’età, ma con sempre meno giovani disponibili, anche le imprese dovranno cambiare: il mercato pian piano si regolerà e oggi definire anziano un over 50 non ha senso».
E i giovani? Come si trasmettono le competenze a ragazzi sempre più precari, che spesso devono accettare condizioni che assomigliano a un cappio?
«C’è l’intelligenza artificiale che può fare il lavoro di tutti i praticanti e lo fa anche meglio, quindi è un tema anche di scarse possibilità di fare quell’esperienza necessaria». Per questo servirà un rapporto più stretto tra formazione e lavoro: bisognerà formarsi continuamente per essere appetibili sul mercato».
Bisogna però farlo digerire alle aziende, che spesso fanno fatica a investire in formazione.
«Esistono meccanismi di finanziamento aziendale come i fondi interprofessionali, poi ci sono i corsi sostenuti dalle Regioni e dai fondi europei. Le imprese devono comprendere che la formazione non è tempo perso, perché i lavoratori dovranno imparare a svolgere nuove mansioni e ricollocarsi».
Qual è il problema che non si riesce mai a risolvere nel mercato del lavoro in Italia?
«Il grosso problema italiano sono state le politiche attive del lavoro. Servirebbe un sistema capace di accompagnare davvero le persone da un impiego all’altro, ma oggi le politiche attive sono affidate a enti che lavorano in maniera separata. Dove vai se cerchi un lavoro? E dove vado io se cerco dei lavoratori?.









