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Ocio a definire qualcuno “bimbominkia”: secondo la Cassazione è diffamazione aggravata

Utilizzare il termine in rete contro qualcuno è diffamazione aggravata. Il processo è partito da una querela di Enrico Rizzi, esponente del partito animalista, che era stato insultato in questo modo su Facebook

Che dovessimo fare attenzione a ciò che scriviamo sul web, era cosa nota. Un rischio che, comunque, riguarda poco l’Imbruttito, che tra una video call e una fattura non ha certo tempo di prendere per il culo la gente sul web. E poi comportarsi da hater è da sfigati, diciamocelo. È vero anche che una battutaccia può capitare a tutti, anche se non dovrebbe. Se lo sberleffo, però, è bimbominkia ocio, perché potreste incorrere in guai seri. Secondo la Corte di Cassazione, infatti, utilizzarlo in rete è ora un reato di diffamazione

È andata così: il processo è partito da una querela di Enrico Rizzi, esponente del partito animalista, che era stato definito bimbominkia su Facebook da un’amica dell’allora presidente del consiglio regionale del Trentino Diego Moltrer. Alla fine la Suprema Corte ha stabilito che bimbominkia è una diffamazione, visto che di fatto significa “persona con un quoziente intellettivo limitato”. Nella sentenza si parla in particolare della donna dalla quale è partito l’insulto e che si è vista respingere il ricorso in Cassazione contro Rizzi. La colpevole di diffamazione aveva addirittura creato il gruppo #Rizzibimbominkia dopo le reazioni dell’animalista all’uccisione dell’orsa Daniza in Trentino. Per la sentenza 12826 della Cassazione, la parola “non è coperta dal diritto di critica, perché si colloca al di là del requisito della continenza richiesto per applicare la scriminante”. Il Rizzi, su FB, ha ringraziato il suo avvocato per il risultato ottenuto.

Ma, esattamente, cosa significa bimbominkia? Ecco la definizione di Treccani: “Nel gergo della Rete, giovane utente dei siti di relazione sociale che si caratterizza, spesso in un quadro di precaria competenza linguistica e scarso spessore culturale, per un uso marcato di elementi tipici della scrittura enfatica, espressiva e ludica. Il neologismo è di sicuro impatto: bimbominkia. L’effetto è garantito, sarà la k a catturare o il sostantivo infantile abbinato alla parolaccia, ma la parola è difficile da dimenticare”. Tutto chiaro. Se l’insulto viene lanciato sui social, peggio ancora. Il reato, infatti, diventa di diffamazione aggravata se viene usato, ad esempio, in un gruppo Facebook con oltre duemila iscritti. In pratica è come se la parolaccia venisse scritta su un articolo di giornale.

Insomma Imbruttiti, che pensate di questa sentenza?

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