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“Sono in vacanza ma dimmi”: il 44% degli italiani controlla le mail di lavoro in vacanza

Ancora un'email, che cosa vuoi che sia... Il dark side dello smart working e del lavoro agile colpisce anche e soprattutto in vacanza. Forse per paura di restare tagliati fuori.
16 Luglio 2026

Evvai, siamo in ferie!
Risposta automatica alle email: impostata.
Stato di Whatsapp e storia Instagram con “Chiuso per ferie”: aggiornati.
Computer: chiuso.
Valigie: chiuse e caricate in auto.
Destinazione: paradiso.
Navigatore: impostato.
Notifiche: disattivate… ma no, dai, le notifiche disattivate sono un po’ troppo… Ed ecco, l’inizio della fine delle ferie: mezz’ora dopo essere partiti, subito a controllare se qualcuno abbia risposto alla mail in cui dicevamo chiaro e tondo che non avremmo più controllato le mail per almeno due settimane. Macché.

Una volta per rovinarsi le vacanze bisognava ritrovarsi in albergo il capufficio, o il collega vicino di ombrellone. Oggi – in ferie, come nel resto dell’anno – basta avere lo smartphone in tasca. E chi non ha lo smartphone in tasca?! Solo che tra una foto in spiaggia, una al tramonto mozzafiato e un’altra ai nuovi amici conosciuti ecco che spunta la “controllatina alle email“, il check al Calendar online e la risposta a una telefonata che dovrebbe gestire un collega “… ma non ti preoccupare, non mi disturbi affatto” (detto con il fiatone mentre rincorriamo la navetta in aeroporto).

Tutto vero, dicono i numeri

Il Workforce Confidence Index di LinkedIn stima che in questo 2026 il 44% dei lavoratori italiani avrà continuato a gestire posta, chiamate e messaggi di lavoro durante le ferie. Non tutti nello stesso modo, per la verità: nella Generazione Z solo il 27%, mentre fra le generazioni di lavoratori un po’ più grandini si arriva fino al 60% dei Baby Boomer. I lavoratori più giovani, insomma, riescono abbastanza a lasciare il lavoro fuori dalla valigia, mentre quelli più vecchietti, cresciuti a pane e Fantozzi, rispondono anche mentre nuotano scusandosi anche se la connessione non è il massimo.

Eppure, il 67% degli italiani dice di lavorare per vivere, anziché vivere per lavorare, anche qui con punte ancora più alte fra i giovani. A frasi motivazionali non ci batte nessuno, insomma… Poi arriva il banco di prova delle vacanze e quasi una persona su due continua a tenere un pezzo di cervello attivo sul lavoro attraverso i device elettronici. La cosa folle è che quest’anno il 40% dei vacanzieri ha ridotto il budget rispetto allo scorso anno; due anni fa lo aveva fatto “solo” il 30%. Insomma, passiamo dall’hotel al b&B, dal ristorante alla trattoria a menù fisso e da 15 giorni di vacanza a 13… ma l’importante è avere abbastanza traffico dati per poter lavorare gratis dalla spiaggia. Così le ferie pagate sono pagate anche dal dipendente.

Probabile che qualche sindacalista passato a miglior vita si stia rivoltando nella tomba. Questa disponibilità permanente – l’essere “always on”, come dice Eurofound – crea un problema molto serio: il lavoro si insinua nel tempo libero a piccole dosi e non se ne va più. Tre minuti per un’email, altri due per un Whatsapp con un collega, 10 minuti di telefonata… E poi, vuoi che non scappi una videocall in cui “non puoi mancare ma il cliente poteva solo oggi” (10 agosto)?!

Incredibile come siamo attentissimi agli aumenti e alle trattenute e quanti soldi regaliamo letteralmente lavorando fuori orario. A molti questo capita tutto l’anno, ma certo durante le vacanze fa più impressione… e più danni, perché una pausa pulita, anche solo di una settimana, vale molto di più di tre settimane passate a cincischiare con i device. Perché è chiaro che sono i device a rendere possibile questo paradosso. E tutto ciò che è tecnicamente è possibile presto… puff! diventa socialmente “atteso” e preteso.

Il valore economico di questo regalo alle imprese non è stato calcolato in modo ufficiale, almeno non in Italia… e certo non saranno i datori di lavori a spingere per saperlo. È un buco di conoscenza piuttosto comodo, perché questo lavoro gratuito fatto di tante piccole telefonate, notifiche e «solo un’ultima cosa» non compare in nessun bilancio. D’altronde, finché ci prestiamo a farlo perché dovrebbero fermarci?! In fondo siamo noi a soffrire di una vera e propria FOMO professionale, e non è un caso che colpisca soprattutto i più anziani: qui fra intelligenza artificiale e altre novità, la sensazione è quella di dover avvistare e scansare i paduli tutto l’anno, soprattutto vista mare.

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