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Negozi a Milano: 2mila serrande giù in 5 anni ma gli affitti sempre vanno sempre più su

In Montenapoleone invece sembra di essere a Londra...
30 Settembre 2026

Chi viene a Milano perché spera di trovare lavoro, meglio che non venga a fare il negoziante o il commesso: negli ultimi cinque anni ci sono state circa 2 mila cessazioni di esercizi commerciali (dati Camera di commercio, riportati dal Corriere della Sera). Oltre ai numeri, parlano le serrande abbassate in strade dove un tempo si puntava ad aprire e una vetrina vuota sembrava impossibile. In Corso Como, ad esempio, al mese scorso sul lato dei civici dispari si contavano sei chiusure… e no, non era per ferie. Dal 2020 nella via della movida non proprio tranquilla ci sono state 91 cessazioni, nove nei primi sei mesi del 2026: fa una media di 13 all’anno!

Chiaro: 2 mila cessazioni non è uguale a 2 mila negozi in meno, però è evidente che quelli che chiudono sono più di quelli nuovi che aprono. È proprio il numero complessivo dei negozi presenti in città ad essere precipitato: secondo Confcommercio, ad esempio, tra 2023 e 2024 c’è stata una contrazione dell’1,2%.

Corso Como, 25 metri a 6.500 euro al mese

E chissà perché tutte queste chiusure… Tutti desiderosi di aprire un chiringuito sulla spiaggia?! Macché! La risposta arriva sempre da corso Como, dove un locale di appena 25 metri quadrati nell’estate che si è appena conclusa veniva proposto in affitto a 6.500 euro al mese. Per un altro spazio in fondo alla strada la richiesta superava gli 11 mila euro, sempre al mese. E chi lavora in zona dice che quando si tratta di rinnovi, il canone può addirittura raddoppiare.

In effetti, facciamo due conti. Se paghi solo per stare 6.500 euro al mese, in un anno ti escono 78 mila euro prima ancora di avere comprato una lampadina, assunto un dipendente, venduto un caffè o fatto una scorta. Si sa, la matematica non è glamour ma è precisa.

Secondo il Corrierone, per un bar o un ristorante un affitto che si allontana troppo dal 10% del fatturato non è più sostenibile. Quindi, se il canone è 78 mila euro l’anno, per rispettare la proporzione bisogna fatturare intorno ai 780 mila euro. Pheee… non è più un negozio! È una start up unicorno con il bancone.

I negozi valgono di più (ma chi li vuole?)

Va così, per le case come per gli affitti, il mercato sembra in costante cortocircuito, se non elettroshock. Mentre una parte del commercio piange per sostenere i canoni, l’anno scorso le quotazioni di vendita dei negozi a Milano sono aumentate del 5% fra luglio e dicembre e del 18% rispetto al secondo semestre 2023, secondo FIMAA-Confcommercio.

Insomma, il fascino delle tre mura più vetrina galoppa mentre le possibilità di riempire la vetrina stessa morde il freno. E anche le locazioni vanno giù: nel primo trimestre 2026 il 54% degli intermediari immobiliari interpellati da FIMAA ha segnalato un calo della domanda di locazione per negozi e capannoni a Milano.

Presente quando sei in crisi con la fidanzata e uno dei due pronuncia la fatidica frase: “Serve una pausa di riflessione!”. Ecco, è un po’ così: il proprietario pensa che il negozio valga sempre di più, il commerciante riflette se a quel prezzo valga ancora la pena entrarci.

Montenapoleone, tutt’un’altra storia

La via del lusso per eccellenza viaggia a un’altra velocità, o meglio: ha la velocità di crociera stabile a 20mila euro al metro quadrato (fonte: report internazionale di Cushman & Wakefield 2025). Il che ne fa la seconda strada commerciale più costosa al mondo dopo New Bond Street a Londra. E allora vai con il conto Imbruttito: cento metri in posizione prime fanno più o meno 2 milioni di euro l’anno. Solo di affitto. Perché chi venderebbe mai queste galline dalle uova d’oro piazzate fra Via Manzoni e Corso Matteotti?!

Eppure lì coltello fra i denti e lotta senza quartiere (anzi, quadrilatero) fra le grandi griffe: sai com’è, tutte quelle cosine che contano per il mondo del lusso come “posizionamento internazionale”, “prestigio”, “rappresentanza”… Non è come la merceria sotto casa (ammesso di trovarne ancora una) che usa il negozio in maniera pratica: ci tiene i bottoni, le toppe, i gomitoli… In Montenapo no: il negozio è un gigantesco cartellone pubblicitario con commessi annessi.

Solo che così i proprietari al Giambellino pensano che i muri siano tutti uguali e sparano dei canoni che sono dei cannoni. Solo che poi fanno un buco nell’acqua che non conviene mica tanto: se tieni un negozio sfitto comunque tasse, condominio, manutenzione ed eventuali lavori li devi pagare. Com’è che si diceva? Chi si accontenta gode: meglio un canone basso pagato che un canone alto sul cartello.

Che cosa sono quei musi lunghi?!

Ai negozianti milanesi i negozi sfitti mettono anche un po’ di depre. Secondo Confcommercio il 34% degli imprenditori milanesi associa le vetrine spente a degrado e insicurezza. E deve essersene accorto anche il Comune, che ha messo 4 milioni di euro nel bando “Negozi e Botteghe di quartiere”, destinato alle micro e piccole attività oltre la circonvalla esterna: finanzia fino al 75% di alcuni investimenti e, per chi prende un locale commerciale sfitto o inattivo e lo riapre, ci mette 10 mila euro aggiuntivi per contribuire ai primi mesi di affitto. Noi una merceria quasi quasi la apriamo: almeno attacchiamo bottone.

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