Un’ordinanza della Cassazione è pronta a cambiare le prospettive di molti lavoratori e datori di lavoro. No, niente settimana corta per legge, niente smart working illimitato… e le riunioni alle 18 del venerdì sono ancora costituzionali. Ma – attenzione – se i tuoi colleghi ti rompono il caz*o fino a farti ammalare e il tuo capo non fa niente, alla fine il conto lo paga lui. Taaac.
Occhio, il motivo deve essere serio: non si parla della sbatta fisiologica del collega precisetti che ti scrive trenta email di “gentile sollecito”; non vale nemmeno la rottura di balle del vicino di scrivania che manda e riceve vocali da cinque minuti e non ha mai gli auricolari. Però, sicuramente l’ordinanza n. 5436 dell’11 marzo 2026 fa capire bene quando si va oltre il classico litigio tra colleghi e quando non si può far finta di niente.
Il caso di Latina
Rewind. Siamo a Latina. Un dipendente diventa il gioppino di alcuni colleghi e, a forza di cattiverie e aria che si taglia col coltello, si ammala di ansia e depressione. Oh, ma si ammala peso, con tanto di certificati, e sta a casa fino a superare il periodo di malattia previsto per legge. Così l’azienda, senza nemmeno voler capire perché… taaac! Lo licenzia in tronco.
Peccato che quelle assenze fossero la conseguenza di un clima persecutorio su cui proprio il datore di lavoro aveva lasciato correre. Il lavoratore avrebbe cercato sin dall’inizio il supporto dell’azienda, segnalando che i colleghi viaggiavano molto sopra le righe, ma l’azienda se ne sarebbe sciacquata i cosiddetti. Ci sembra di sentirli ai piani alti: “So’ ragazzi… che sarà mai?”.
A questo punto il dipendente – depresso ma evidentemente non asfaltato – va in causa e vince in tutti i gradi di giudizio: Tribunale di Latina, Corte d’Appello di Roma e Cassazione, appunto. L’ordinanza della Suprema Corte, in particolare, ha confermato un principio destinato a pesare parecchio: il datore di lavoro non risponde soltanto di quello che fa, ma anche di quello che dovrebbe fare e non fa. Quindi, se sai che un tuo dipendente viene sistematicamente cecchinato da altri tuoi dipendenti e tu ti fingi morto come un opossum e/o fai lo str…uzzo, lavandotene per giunta le mani quando si ammala, sappi che poi è te che vengono a cercare per pagare i risarcimenti.
Si chiama “responsabilità per omissione” e si fondata sull’articolo 2087 del Codice civile: quella norma che impone al datore di lavoro di “adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti”. Quindi benissimo distribuire caschi, scarpe antinfortunistiche ed erogare il corso sulla sicurezza una volta all’anno… ma se piove merda su un tuo dipendente a causa di altri tuoi dipendenti gli devi quanto meno fornire un ombrello ed evitare che si ammali. Sennò paghi. Nel caso specifico il lavoratore è stato reintegrato e ha ricevuto un risarcimento complessivo di circa 80 mila euro. E prima di dire “che culo” sappiate che si è beccato un’invalidità permanente.
Danno biologico e danno morale
La Cassazione ricorda inoltre che quando il lavoro provoca un danno alla salute non si può fare un calderone delle conseguenze. In pratica, da una parte c’è il danno biologico accertabile attraverso una consulenza medico-legale, e dall’altra c’è il danno morale, definito dalla Cassazione “stato d’animo di sofferenza interiore”: visto che questo non è misurabile con un esame clinico, però c’è e si sente, va considerato e liquidato a parte. E indovinate quale tribunale ha stilato le tabelle per calcolare il risarcimento? Il Tribunale di Milano, naturalmente… immaginiamo per tutte le esperienze arrivate in aula in questa città che spreme i lavoratori come limoni manco dovesse preparare Gin Fizz da mattina a sera.
Solo nell’ultimo anno, comunque, la Cassazione è stata molto chiara rispetto alle aziende che sottovalutano i loro ambienti di lavoro tossici. Con la sentenza n. 31367 del 2025, ad esempio, aveva chiarito che per ottenere il risarcimento non è sempre necessario dimostrare il mobbing in senso stretto: basta provare che il datore di lavoro abbia tollerato un ambiente “stressogeno”. Quindi, se l’azienda fa spallucce di fronte a una situazione nociva può essere chiamata a risponderne (cash).
Con l’ordinanza n. 6022 di quest’anno, poi, la Cassazione è tornata a bomba dichiarando inammissibile il ricorso di un datore di lavoro condannato per una vicenda di mobbing. Come dire che se i tribunali hanno accertato comportamenti persecutori e responsabilità dell’azienda, poi l’azienda non può sperare nel miracolo in Cassazione.









