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Costretta a licenziarsi per prendere il figlio al nido: “Ho chiesto smart o part time temporaneo, mi hanno detto no”. [ INTERVISTA] / Dal bar “normale” all’enoteca senza alcol: 8 nuove aperture a Milano da provare al rientro nella City / In Lombardia un lavoratore su due guadagna meno di 25mila euro all’anno / Sempre più mamme dopo i 45 anni: alla Mangiagalli crescono le gravidanze “adulte” / Turismo in calo a Milano nell’estate 2026: 1,85 milioni di presenze in centro City / Il palazzo più strano di Milano? Lo trovate in Corso Venezia / Bene ma non benissimo: le case nell’hinterland di Milano costano il 57% in meno, ma i prezzi stanno crescendo più che in città / Dopo il torneo dello scorso anno, torniamo con il primo “Padel Night Club” di Milano: sport, cocktail, dj-set e bella gente / A Milano arrivano i corsi di educazione affettiva per i più giovani (anche perché se aspettiamo la scuola…) / I nomi dei bambini? Sofia e Leonardo in pole, ma spuntano Rihanna, Chanel, Ronaldo e Kylian / Costretta a licenziarsi per prendere il figlio al nido: “Ho chiesto smart o part time temporaneo, mi hanno detto no”. [ INTERVISTA] / Dal bar “normale” all’enoteca senza alcol: 8 nuove aperture a Milano da provare al rientro nella City / In Lombardia un lavoratore su due guadagna meno di 25mila euro all’anno / Sempre più mamme dopo i 45 anni: alla Mangiagalli crescono le gravidanze “adulte” / Turismo in calo a Milano nell’estate 2026: 1,85 milioni di presenze in centro City / Il palazzo più strano di Milano? Lo trovate in Corso Venezia / Bene ma non benissimo: le case nell’hinterland di Milano costano il 57% in meno, ma i prezzi stanno crescendo più che in città / Dopo il torneo dello scorso anno, torniamo con il primo “Padel Night Club” di Milano: sport, cocktail, dj-set e bella gente / A Milano arrivano i corsi di educazione affettiva per i più giovani (anche perché se aspettiamo la scuola…) / I nomi dei bambini? Sofia e Leonardo in pole, ma spuntano Rihanna, Chanel, Ronaldo e Kylian
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Costretta a licenziarsi per prendere il figlio al nido: “Ho chiesto smart o part time temporaneo, mi hanno detto no”. [ INTERVISTA]

Abbiamo intervistato la mamma a cui è stata rifiutata una riduzione di orario per un anno. Abbiamo cercato l'azienda, che ha chiesto di non essere nominata e non ha voluto commentare.
17 Settembre 2026

Sette anni nella stessa azienda, un lavoro nel back office commerciale estero, un aumento ottenuto appena un anno prima della gravidanza. Poi, nasce il piccolo Riccardo e Beatrice Baratto, 33 anni, “si azzarda” a chiedere una piccola riduzione di orario. Mica la metà, non lo chiameremmo neppure part time: dalle 40 ore settimanali propone di passare a 34 e solo per un anno: due giornate a tempo pieno e tre da sei ore continuative, sempre in presenza. L’obiettivo è molto concreto: riuscire ad andare a prendere il bambino al nido alle 15.30 invece di lasciarlo lì fino alle 18.

«Ho chiesto una rimodulazione oraria di 34 ore al posto delle 40 che facevo», racconta, mentre il marito si è organizzato per coprire gli altri due pomeriggi dividendo il suo giorno settimanale di smart working in due mezze giornate. La richiesta, inizialmente informale, viene poi inviata con una Pec «ma non ho mai ricevuto risposta», dice Beatrice.

La risposta arriva, invece, per telefono, da una consulente esterna delle risorse umane. Soluzione proposta dall’azienda: utilizza le ferie residue per coprire le ore mancanti fino alla fine del 2026, poi tornare al full time. «Mi è sembrato un po’ di ricevere una porta in faccia», racconta, mentre la telefonata si conclude con un «Farai le tue valutazioni».

Beatrice cerca aiuto nei sindacati. Anche qui big delusion: «Mi hanno semplicemente detto di accettare questa proposta delle ferie… “e poi eventualmente si vedrà”». Lei chiede però qualcosa di scritto, una soluzione formale. «E non mi hanno mai più risposto, nonostante solleciti».

A indicarle una strada diversa è un incontro dedicato alle mamme organizzato a Valdobbiadene. Scopre così l’esistenza della Consigliera di parità e la contatta. Viene avviato un tentativo formale di conciliazione. L’azienda si presenta con un avvocato. Beatrice mette sul tavolo anche un’altra possibilità: lo smart working, visto che alcuni colleghi lo utilizzano e lei stessa aveva già lavorato da remoto durante il Covid e in occasione delle trasferte.

Niente da fare.

«Loro proprio han detto no, assolutamente no: o le ferie o niente».

Va bene, Beatrice, ma ti avranno dato un motivo? «Infungibilità».

WTF?! In sostanza, secondo la ricostruzione di Beatrice, l’azienda le avrebbe spiegato che il suo ruolo non sarebbe stato sostituibile con sufficiente facilità da altre persone e quindi non era possibile sostituirla?

Ma scusa, e quando sei stata a casa in maternità? «Hanno assunto una ragazza che ho formato io per un periodo. Poi io quando sono andata in maternità, se n’è occupata un’altra collega, quella che ha formato me». Anche all’azienda Beatrice ha fatto notare la stessa cosa ma le avrebbero detto che il problema era la conoscenza del tedesco: «Tu sei l’unica che sa il tedesco».

Beatrice ha replicato subito: «In realtà ci sono altre due persone che parlano in tedesco che hanno la mia stessa mansione. Non si occupano del mercato, ma il tedesco lo sanno». E comunque, vuoi proprio che il tedesco servisse esattamente in quelle 2 ore in tre pomeriggi?!

Ma non è che non erano contenti del tuo lavoro già prima? «Ma no, pensa che ho ricevuto anche un aumento l’anno prima di restare incinta: avevo chiesto un aumento e l’avevo ottenuto». Che effettivamente non è una cosa che accada tutti i giorni.

Alla fine valuta anche una causa: consulta un avvocato, ma si spaventa davanti alla prospettiva di tempi, costi e contenzioso. «Perdo un sacco di tempo, un sacco di soldi e mi faccio un fegato enorme per questa storia, quando posso chiudere il capitolo e andare avanti».

Così lei si dimette. Almeno la buonuscita? «Mi hanno dato zero».

Nel frattempo, invece, continua a parlare con gli avvocati l’azienda, che abbiamo contattato ma che ci ha risposto: “La questione riguardante le dimissioni della signora Beatrice Baratto e delle relative dichiarazioni apparse in questi giorni sui mezzi di informazione, è attualmente al vaglio del nostro ufficio legale. Nel frattempo, l’azienda preferisce non rilasciare dichiarazioni e chiede cortesemente di non citare il nome in caso di ulteriori articoli o pubblicazioni“. 

La storia è arrivata ai giornali perché, durante le vacanze Beatrice ha «staccato da questa situazione. Ho avuto modo di pensare e di dire: “Ok, a me è successo, succede a tante… ma parliamone! Si può cambiare la cosa oppure continuiamo tutte a licenziarci e niente e andiamo avanti così». E così al suo rientro ha scritto al Gazzetino e da lì la storia ha fatto il giro del Veneto, arrivando anche al Corriere Veneto e al resto del web.

Lo so, uno potrebbe dire: si è licenziata lei, libero arbitrio. Ma visto che io che scrivo sono passata nella stessa situazione 10 anni fa, mi sento di dire che in queste situazioni di “libero” c’è proprio poco, mentre l’arbitrio lo trovo più nell’infungibilità, The New Supercazzola. Perché, terminato anche il contratto della lavoratrice che aveva sostituito Beatrice, l’azienda ha pubblicato su LinkedIn un annuncio per ricoprire nuovamente la sua posizione.

«Su LinkedIn c’è l’annuncio della mia figura», racconta, e per giunta «con una RAL anche più alta».

Al momento l’azienda non accetta ulteriori candidature, ne ha già ricevute più di 80. Figlio tuo, vita mea.

«Io volevo lavorare e al contempo fare la mamma. Questo è quello che è sfuggito», conclude Beatrice.

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