Quante volte vi è capitato di leggere un annuncio di lavoro che sembrava perfetto sulla carta? Mansioni interessanti, ambiente dinamico, possibilità di crescita, team giovane, frutta fresca in ufficio e tutta la collezione completa dei cliché aziendali. Poi arrivava il colloquio e, solo dopo settimane di call, test e selezioni, spuntava la domanda decisiva: “E per quanto riguarda la retribuzione?“.
Ecco, presto questo film potrebbe finire.
Dal 2026 le aziende saranno obbligate a indicare lo stipendio previsto negli annunci di lavoro, oppure almeno una fascia retributiva. Una novità che arriva dall’Europa e che promette di cambiare parecchio il modo in cui candidati e imprese si incontrano.
Cosa cambia dal 2026
La novità nasce dalla direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva, che tutti gli Stati membri dovranno recepire entro il 7 giugno 2026.
Tra le misure più importanti c’è proprio l’obbligo di comunicare la retribuzione negli annunci di lavoro prima dell’inizio del processo di selezione. In pratica, chi si candida potrà conoscere fin da subito quanto paga quella posizione, evitando di affrontare settimane di colloqui per scoprire alla fine una proposta economica lontana dalle proprie aspettative.
Un altro cambiamento riguarda le informazioni richieste ai candidati. Le aziende non potranno più domandare quale fosse lo stipendio percepito nei precedenti impieghi, una pratica molto diffusa che spesso ha contribuito a trascinare nel tempo differenze salariali già esistenti.
La situa oggi in Italia
Chi cerca lavoro lo sa bene: trovare la RAL scritta nero su bianco resta ancora un evento abbastanza raro.
Secondo una ricerca di Indeed Hiring Lab, attualmente soltanto il 36% degli annunci di lavoro pubblicati in Italia riporta informazioni sulla retribuzione prevista. Un dato in crescita rispetto all’inizio del 2025, quando la quota si aggirava intorno al 20%, ma ancora distante dagli standard di altri Paesi europei.
In Austria, per esempio, oltre l’80% delle offerte di lavoro indica già lo stipendio o la fascia salariale. Una differenza che racconta bene quanto il mercato del lavoro italiano abbia ancora margini di miglioramento sul fronte della trasparenza.
L’obiettivo è ridurre il gender pay gap
Dietro questa riforma c’è soprattutto la volontà di contrastare il divario retributivo tra uomini e donne.
La direttiva europea introduce infatti nuovi diritti per i lavoratori, che potranno accedere con maggiore facilità alle informazioni sugli stipendi all’interno delle aziende. Allo stesso tempo vengono rafforzati gli obblighi per i datori di lavoro.
Se emergeranno differenze salariali superiori al 5% tra uomini e donne che svolgono mansioni equivalenti, e tali differenze non saranno giustificate da criteri oggettivi, le aziende dovranno intervenire e fornire spiegazioni precise.
Un meccanismo che punta a rendere più difficile la formazione di disparità retributive nascoste e più semplice individuare eventuali squilibri.
Anche le aziende si diano una mossa
La novità avrà un impatto importante pure per le imprese.
Molte aziende saranno chiamate a definire criteri retributivi più chiari, strutturare meglio i percorsi di crescita e rendere più trasparenti i processi di selezione. Per qualcuno sarà uno sbattimento organizzativo in più. Per altri potrebbe trasformarsi in un vantaggio competitivo.
Diversi esperti ritengono infatti che indicare subito la fascia salariale permetta di attrarre candidature più in linea con la posizione offerta, riducendo tempi morti, incomprensioni e processi di selezione destinati a interrompersi sul più bello.
Una rivoluzione per chi cerca lavoro?
Parlare di rivoluzione forse è prematuro. Di sicuro si tratta di uno dei cambiamenti più concreti degli ultimi anni nel rapporto tra aziende e lavoratori. Che ne dite?









